Lampedusa. 3 ottobre, un racconto a metà

In questi giorni a Lampedusa la storia del tre ottobre 2013 è stata ripetuta mille volte, ma soltanto a metà. Un barcone, 366 (o 368?) morti, le bare bianche, i soccorritori eroici della capitaneria, i buoni lampedusani, un sindaco trafelato che corre avanti e indietro, uno scafista cattivo. Sono gli ingredienti principali del racconto mainstream sul fenomeno migratorio, di cui si sono fatti cantori principali i cronisti della Rai, che proprio in questi giorni organizzava il Prix Italia. Un festival internazionale con tanto di set allestito all’interno dell’aeroporto, tra gli occhi sgomenti di molti lampedusani (“Ma che è, Niw Yocche?”, cit. tassista).

Per la “Giornata della memoria e dell’accoglienza” che si celebrava ieri, a tre anni dal naufragio, l’isola ha accolto un dispiegamento massiccio di forze dell’ordine e transenne. Dentro le transenne, telecamere, riflettori e microfoni. Dentro i microfoni le parole di Alfano, Gentiloni, del sindaco Nicolini, del sottosegretario Faraone, del presidente della Regione Crocetta, del vice presidente UE Timmermans, tutti d’accordo nel tessere le lodi di una gente semplice e di un’isola bellissima dove il turismo, nonostante i migranti, va a gonfie vele. Tutti uniti nel versare una lacrima per quelli che sono già morti. Tutti, o quasi, pronti a spendere una parola anche contro gli accordi dei paesi occidentali (tra cui il nostro) con le dittature africane e mediorientali. Le alternative rimangono nel vago, di corridoi umanitari si parla poco, l’ipotesi di aprire vie di accesso legali all’Europa non è neanche accennata. Il sindaco dell’isola dice in un sorriso che dobbiamo fare del nostro meglio, anche se le politiche internazionali non vanno bene, e non usare l’Europa come alibi per rimanere nell’inazione. Questa e le altre affermazioni istituzionali vanno poco oltre la dichiarazione d’intenti tautologica: “facciamo qualcosa”.

Nel frattempo, nessuno menziona l’hotspot sovraffollato che si trova sull’isola, dove, come già denunciato da Lasciatecientrare e Meridionews, si vive in condizioni precarie e i ragazzini condividono i bagni con gli adulti.

Si parla molto poco anche delle numerose testimonianze che hanno raccontato di due pescherecci che la mattina del 3 ottobre 2013 avrebbero circumnavigato il barcone che iniziava ad affondare, quando ancora si potevano salvare centinaia di persone. Elementi interessanti sul tema li hanno forniti,  negli anni, padre Mussie Zerai, Vito Fiorino e i militanti del collettivo Askavusa, che hanno elaborato un report per integrare il documentario “Lampedusa, 3 ottobre 2013. I giorni della tragedia“.

Da poco il pm della procura di Agrigento Andrea Maggioni ha parlato di un’inchiesta per accertare i responsabili di eventuali omissioni di soccorso nella strage del 2013.

Occhi aperti.

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