Tunisia, gennaio infinito

Un’analisi egiziana verso le elezioni comunali del 17 dicembre

Ripropongo in versione italiana un’analisi del giornalista egiziano Karem Yehia, corrispondente da Tunisi per il quotidiano “El Ahram” e pubblicata originariamente sul sito Orient XXI. Karem Yehia è autore di diversi libri sulla Tunisia. Il suo testo risale ad alcune settimane fa. Da allora, le manifestazioni si sono moltiplicate ulteriormente e la tensione sociale è cresciuta. In particolare, il presidio permanente nel sito petrolifero di El Kamour, nel governatorato di Tataouine, sta suscitando attenzione e solidarietà in tutto il paese, ma anche una violenta risposta istituzionale, con l’impiego dell’esercito nella zona e scontri che hanno portato, lunedì scorso, alla morte di un giovane manifestante. Anwar Sakrafi, questo il suo nome, è stato ucciso “accidentalmente” da un mezzo blindato della guardia nazionale.

All’inizio del 2017, il direttore del quotidiano “El-Maghreb” aveva scelto un titolo sorprendente per  l’editoriale di uno dei più autorevoli giornali tunisini: l’articolo si chiamava solo “Gennaio…” (Ziad Krichen, prima pagina del 5 gennaio 2011). In Tunisia, il mese di gennaio spaventa: ricorda, oltre alla rivoluzione del 14 gennaio 2011, i moti del 26 gennaio 1978 e, poi, le “rivolte del pane” del primo gennaio 1984, che erano durate diversi giorni. E’ un mese che fa paura non solo ai governi che si sono succeduti in Tunisia, prima e dopo la rivoluzioni, ma anche a gran parte delle élite, liberali e non.

Dall’intensificarsi della contestazione sociale che si è avuta all’inizio dell’anno, una domanda tormenta gli animi: quando finirà mai questo mese di gennaio? Il seguito degli avvenimenti dimostra che “janfi” (così, dal francese, i tunisini chiamano il primo mese dell’anno, ndr) è ben lontano dalla sua fine.

Questo primo maggio, a Meknessi, nel governatorato centrale di Sidi Bouzid, a Ben Guerdane, al confine orientale con la Libia, e a Gafsa, nel centro, i movimenti di protesta hanno preso un’ampiezza inedita, spesso sfociata nella disobbedienza civile, rompendo il black-out mediatico nella capitale per imporsi sui giornali- che, per la maggior parte, non sono di sinistra- e sulle reti televisive private. Il primo maggio, la protesta ha guadagnato le città e le località di diversi governatorati, da Tataouine, all’estremo sud, fino al Kef, nel profondo nord, passando da Kairouan, al centro. Queste ultime manifestazioni hanno avuto luogo poco dopo che una missione del Fondo Monetario Internazionale (FMI) aveva lasciato il paese in seguito a una visita che si è conclusa con una svalutazione importante della moneta locale, anche se si è ben lontani dal drammatico crollo provocato dall’annuncio, il 4 novembre 2016, della svalutazione della lira egiziana.

Anche se già lontano alle nostre spalle, il temuto mese di gennaio non finisce.

Tunisia ed Egitto a confronto

In Tunisia come in Egitto, l’assenza di risposte alle rivendicazioni sociali delle rivoluzioni che sono esplose ormai oltre sei anni fa ha portato a una prevedibile ascesa delle tensioni. Nei due paesi, i governi che si sono succeduti non sono riusciti a regolare il problema della disoccupazione, e quest’ultima non ha fatto che aggravarsi1, così come le diseguaglianze di classe e quelle tra le diverse regioni.

Nessun piano di sviluppo ha cambiato le politiche neoliberali seguite da decenni.

Ironia della sorte, la Tunisia e l’Egitto si sono nuovamente rivolti al Fondo Monetario Internazionale, aggravando così la situazione dei poveri e della classe media.

Nel caso della Tunisia, le cifre testimoniano il moltiplicarsi dei movimenti di protesta, soprattutto nelle regioni storicamente più abbandonate, trascurate fin dai tempi dell’occupazione francese.

Creato dall’ong “Forum tunisino per i diritti economici e sociali” (FTDES), uno strumento di monitoraggio mensile riferisce di 871 iniziative di protesta per il dicembre 2010, 970 per gennaio, 949 a febbraio, 1089 a marzo (e 1496 ad aprile, ndt) 2017. E di un totale di 4375 per l’insieme del 2015. In Egitto, il Centro per i diritti economici e sociali (ECESR)2 ha censito “1736 azioni a carattere economico e sociale” nell’intero arco dell’anno scorso.

Aldilà della differenza tra criteri di valutazione e fonti utilizzati al Cairo e a Tunisi, l’impressione generale è che la cosiddetta contestazione sociale abbia più facilità ad esprimersi in Tunisia, e lo faccia con maggior vigore.

Un fenomeno che si spiega facilmente se si pensa agli abusi che si verificano in Egitto dove, dopo il colpo di stato militare di Abd El-Fatah Al-Sisi, assistiamo a una maggiore repressione della stampa, del diritto di manifestare pacificamente e delle altre libertà.

Ricordiamo che il semplice fatto di programmare uno sciopero può portare davanti a un tribunale militare e in carcere: ciò non vuol dire che i manifestanti tunisini godano di una totale libertà di azione. Ci sono stati casi di gravi violazioni commesse dalla polizia durante manifestazioni in strada, anche nella capitale, e circa 300 giovani sono coinvolti in processi legati ai movimenti sociali. Continuando nel confronto tra i due paesi, constatiamo che in Egitto le manifestazioni pacifiche sono quasi del tutto vietate ai giovani disoccupati, al contrario di quanto accade in Tunisia, dove i disoccupati costituiscono, accanto ai lavoratori più precari e privi di diritti, la maggior parte dei partecipanti ad azioni di protesta, sempre secondo le fonti citate sopra.

Il ruolo determinante dell’Ugtt

Ho seguito i dibattiti del primo congresso nazionale dei movimenti sociali che si è tenuto dal 24 al 26 marzo scorsi a Nabeul, e sono stato in diversi luoghi di contestazione nel centro e nel sud del Paese, dove ho discusso con tante persone. In sintesi, posso dire che nel corso di un intero anno di sit-in, marce, presidii delle sedi istituzionali e coordinamenti tra realtà che portavano avanti le rivendicazioni più disparate, l’ondata di contestazione sociale più forte registrata in Tunisia dai tempi della rivoluzione ha permesso a nuovi giovani leader di emergere.

Non esistono ancora, però, strutture stabili e solide in grado di misurarsi con una tale dinamica. Certo, i comitati di coordinamento si contano a decine nelle città e nelle regioni, e riuniscono disoccupati, precari scontenti delle loro condizioni di lavoro, contadini che rivendicano la loro terra, militanti per il diritto alla redistribuzione delle ricchezze e per la protezione dell’ambiente. A queste strutture è venuto a sovrapporsi un nuovo coordinamento nazionale. Queste istanze orizzontali, però, sono per la maggior parte sprovviste di strumenti che permettano un’azione collettiva costante e duratura nel tempo.

Tuttavia, in confronto con l’Egitto, i movimenti sociali in Tunisia beneficiano, in una certa misura, del sostegno della più importante e antica organizzazione sindacale, l’UGTT, anche se le loro iniziative non partono da quest’ultima.

La direzione centrale sostiene le manifestazioni pacifiche e ne riprende le parole d’ordine, pur mettendo in guardia contro il recupero politico e fazioso e dal rischio di sprofondare il paese nel caos. E’ innegabile che i locali del sindacato, a livello centrale come nei governatorati e nei piccoli centri rurali, siano degli incubatori importanti per le azioni di protesta, perché sono il punto di partenza della maggior parte dei cortei e ospitano sit-in, scioperi, riunioni e congressi.

Un orizzonte politico incerto

Tuttavia, quest’ondata di contestazioni non ha un inquadramento politico preciso, che la potrebbe sostenere e canalizzare, e la sinistra stessa è frammentata in partiti e fazioni, divergenze e alleanze in seno al potere e al di fuori. In questo contesto, l’iniziativa più importante è senza dubbio la pubblicazione, da parte di 57 tra personalità indipendenti e militanti per i diritti umani, di un comunicato che annuncia la creazione del Comitato nazionale in difesa dei movimenti sociali.

E’ difficile dire a cosa porteranno queste proteste, che hanno sempre più risonanza nel paese: appelli alla disobbedienza civile, presidii delle istituzioni statali, blocchi stradali, assalti a simboli della sovranità per espellerne i rappresentanti locali.

Accusato d’indifferenza, il governo tenta a volte di placare le acque. Ministri e capo del governo prendono così in mano le contrattazioni con i manifestanti- con i responsabili locali- e alcune delegazioni di alti responsabili sono inviate nei governatorati più lontani dove si svolgono le proteste. Ma, pur reiterando le promesse di creare impiego, di uno sviluppo più equilibrato, e di mettere in opera un piano di discriminazione positiva, previsto dall’articolo 12 della nuova Costituzione, il governo si è impegnato con l’FMI e con gli investitori ad abbandonare il ruolo di stato provvidenziale, riducendo il numero di funzionari pubblici e la massa salariale, proprio mentre affronta folle che reclamano il diritto a un impiego nel settore pubblico e il rinnovamento di strade, mezzi di comunicazione e infrastrutture educative e sanitarie. A destra come a sinistra, ci si interroga su una possibile esplosione sociale, che per alcuni potrebbe essere una nuova rivoluzione.

Con l’assenza di alternative ai due poli di Ennahdha e Nidaa Tounes, alleate al governo e in Parlamento, l’orizzonte politico sembra incerto. Le elezioni municipali del 17 dicembre 2017 metteranno la Tunisia davanti a due possibilità: o la vitalità della contestazione sociale produrrà nuovi eletti locali, oppure porterà a un’escalation di eventi tale da aggravare la crisi politica.

Il carattere locale del movimento è anche al centro di una polemica sulle rivendicazioni rispetto  all’impiego di “giovani del luogo” nelle imprese pubbliche che operano sul posto e la redistribuzione di una parte delle entrate per promuovere lo sviluppo locale. Mentre alcuni mettono in guardia contro la disintegrazione dello stato centrale e il crollo dei valori di cittadinanza, altri parlano di una riscoperta del diritto di tutti ad avere uno Stato. Lo scorso 27 aprile, il primo ministro Youssef Chahed ha fatto visita al governatorato di Tataouine, dove il movimento lanciato a metà marzo era riuscito a bloccare l’accesso ad alcuni siti petroliferi. Le sue rivendicazioni più importanti sono che una persona per ogni famiglia venga impiegata nelle società estrattive presenti sul territorio, che le sedi di queste ultime siano trasferite nel governatorato e che una parte dei ricavi venga usata per promuovere lo sviluppo regionale. In seguito, il “Maghreb” ha titolato così: “Il diritto al quinto di proventi del petrolio mette fine alla negoziazione” (28 aprile). Lo stesso giorno, in una conferenza stampa nella sede del consiglio dei ministri, il portavoce del governo Iyed Dahmeni riconosceva il diritto di manifestare pacificamente, purché “nel quadro della legge”, e mettendo in guardia contro “le minacce all’unità del paese e del territorio nazionale”. “E’ la linea rossa che non può essere oltrepassata” ha insistito, aggiungendo: “il governo reagirà con fermezza”.

Contrariamente all’Egitto, dove il potere e una buona parte delle élite vedono nella contestazione sociale una minaccia per il prestigio dello stato-nazione che bisogna eliminare ad ogni costo, la Tunisia conosce un dibattito piuttosto concentrato sui rischi che farebbe correre a una democrazia nascente l’aumento delle contestazioni, anche se per alcuni la minaccia risiede soprattutto nel mancato rispetto delle rivendicazioni sociali della rivoluzione e nel mantenimento di un modello economico che si è rivelato inefficace, per non dire disastroso.

Quest’ondata di proteste finirà per porre in modo chiaro la questione della redistribuzione delle ricchezze, della trasparenza degli accordi firmati con le imprese straniere e del riesame degli accordi commerciali. Per esempio, il 18 aprile il parlamento ha adottato la revisione della legge sugli idrocarburi con il sostegno dei deputati dei due principali blocchi, Nidaa Tounes ed Ennahdha, davanti a un’opposizione secondo cui gli emendamenti avrebbero legalizzato la corruzione e mantenuto il segreto intorno a contratti e accordi nel settore petrolifero.

Sarà grazie a questo movimento, o a un’altro più potente e probabilmente imminente, che si porrà la questione di come reagirà l’alleanza, attualmente al potere, tra la destra religiosa e quella laica.

Opterà per una restrizione dello spazio pubblico e delle libertà politiche strappate durante la rivoluzione “della libertà e della dignità”?

Nessuno può dirlo oggi.

Molti animi, comunque, sono inquieti per questo gennaio che non finisce.

Quanto agli egiziani, se conoscessero l’evoluzione della situazione, sicuramente guarderebbero i loro fratelli tunisini con stupore. E forse con una certa invida.

(Karem Yehia- pubblicato per la prima volta in arabo, poi in francese,  sul portale “Orient XXI”. Traduzione e adattamento dal francese di Giulia Beatrice Filpi)

1

Secondo l’Istituto tunisino di statistica, il tasso di disoccuppazione è passato dal 14 al 15,6% tra 2010 e 2016. In Egitto, è aumentato da meno del 10% nel 2010 al 13% nel 2016. Tuttavia, è probabile che i dati reali siano molto più alti, è nei due paesi la percentuale si aggiri intorno al 25%.

2

L’Egyptian Center for Economic and Social Rights (ECESR), che ha recensito le manifestazioni durante gli anni successivi alla rivoluzione, ha visto chiudere la susa sede e il suo sito a causa della repressione. Il sito d’informazione Masr Alarabia ha pubblicato il 26 dicembre 2016 i risultati del rapporto dell’ECESR che coprivano il periodo compreso tra il primo gennaio e il 20 dicembre 2016.

 

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