Al Cairo infuria la “battaglia del Nilo”

Un morto e 19 feriti nell’isola di al Warraq dove il governo sta portando avanti demolizioni di case abusive per fare spazio a super progetti edilizi per turisti. La gente scende in piazza e protesta in difesa della terra

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Una delle case demolite sull’isola. Foto: Socialisti Rivoluzionari

 

Pino Dragoni, il manifesto, 21 luglio 2017

Un uomo è stato ucciso da colpi di arma da fuoco e almeno diciannove persone sono rimaste ferite negli scontri tra abitanti e polizia sull’isola di al Warraq, nella parte nord del Cairo. La «battaglia del Nilo» (come è stata ribattezzata da alcuni) è esplosa domenica mattina durante il tentativo di demolizione di abitazioni considerate abusive. Gli sgomberi per ora sono falliti e i bulldozer si sono ritirati insieme alla polizia, portando a termine solo trenta dei 700 ordini di demolizione previsti. Otto abitanti sono in arresto con pesanti capi di imputazione.

Dopo gli scontri un fiume di gente ha accompagnato la salma della vittima, il ventiquattrenne Sayd Tafshan. Nella serata di martedì una nuova imponente manifestazione contro lo sgombero e per il rilascio degli arrestati ha attraversato le strade dell’isola. I video diffusi sui social network mostrano un corteo di centinaia di persone: una scena ormai rara nell’Egitto di al-Sisi.

L’isola di al Warraq ha una superficie di 5 chilometri quadrati che ospitano all’incirca 200mila abitanti. Occupata sin dagli anni Ottanta da egiziani che dalle campagne migravano verso la capitale, è ancora oggi un’area prevalentemente agricola. Le zone abitate dell’isola, come molti quartieri informali del Cairo, si sono sviluppate senza una pianificazione ottenendo poi negli anni un sostanziale riconoscimento da parte dello Stato, che ha provveduto a fornire gli abitanti di servizi pubblici: elettricità, acqua, tre scuole e persino una stazione di polizia. Gli abitanti rivendicano quindi il possesso legittimo di terre e case.

«Da un punto di vista legale, le aree informali del Cairo si trovano in una sorta di zona grigia», ci dice Azzurra Sarnataro, dottore di ricerca in tecnica urbanistica presso l’università di Roma La Sapienza. E aggiunge: «Cavalcando l’ambiguità di questa situazione, il governo egiziano ha alternato a un atteggiamento di laissez faire che ha permesso l’espansione di questi quartieri (soprattutto se funzionali a mantenere situazioni di sfruttamento politico ed economico) quello coercitivo e violento perpetrato attraverso la rimozione forzata di alcuni di questi insediamenti».

A giugno al-Sisi aveva già puntato il dito contro i residenti dell’isola, affermando: «Si è creato il caos. La gente lì si è impossessata della terra e ci ha costruito sopra. Qualsiasi edificio costruito sulle sponde del Nilo deve essere eliminato».

Il governo fa appello a una legislazione (in realtà molto confusa) in materia, secondo la quale sarebbe proibito costruire entro i trenta metri dalla sponda del fiume. Eppure, le rive della capitale sono in realtà quasi completamente cementificate e la maggior parte delle costruzioni sono club privati, o ancora più spesso di organismi governativi o parastatali, come sottolinea in un’intervista a Mada Masr Ahmed Zaazaa, membro di un collettivo di urbanisti che ha prodotto dettagliati studi statistici sulla questione.

Inoltre, secondo un’inchiesta di The New Arab, al Warraq insieme a altre isole del Nilo sarebbe al centro di un mega-progetto di sviluppo turistico legato a capitali del Golfo. Secondo il sito Masr al-Arabia l’idea del progetto risale alla cricca di imprenditori legati a Gamal Mubarak (figlio dell’ex dittatore).

Il progetto edilizio del governo egiziano per al Warraq

Il tentativo di sgombero rientra in una più vasta campagna avviata recentemente dal regime mirata a recuperare centinaia di migliaia di chilometri quadrati di terre statali occupate abusivamente. «Molti dei quartieri informali sono stretti nella morsa dell’abusivismo edilizio e della costruzione selvaggia – afferma ancora Azzurra Sarnataro – che rappresentano un pericolo per gli stessi residenti dei quartieri». Ma lo Stato spesso strumentalizza ad arte le precarie condizioni di vita create dall’informalità e con la scusa di ripristinare la legalità prende di mira aree emarginate per fare spazio a grandi investimenti privati.

Non è la prima volta che conflitti come questo esplodono sulle isole del Nilo. Nel 2012, scontri sanguinosi portarono alla morte di un uomo sull’isola di Qursaya, contesa tra l’esercito e gli abitanti. Anche in quel caso la resistenza popolare riuscì a bloccare le demolizioni e gli sgomberi e a fermare i progetti di speculazione.

* Questo articolo è uscito su il manifesto del 20 luglio 2017.

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